La “focatura” ha ancora un ruolo nella pratica ippiatrica?

enza sanzogni

La focatura è un trattamento terapeutico che risale almeno al 400 A.C.  e ampiamente utilizzato nel corso del tempo nella pratica ippiatrica, soprattutto nella terapia delle lesioni tendinee e/o legamentose.  Allo stato attuale, pur in assenza di evidenze scientifiche sulla sua efficacia e nonostante sia stata più volte contestata da varie associazioni professionali, tale pratica è ancora ampiamente utilizzata da parecchi veterinari.

Tradizionalmente la focatura viene effettuata “a caldo”, utilizzando appositi strumenti che “cauterizzano” la parte da trattare secondo uno schema a punte o a strisce. Lo scopo sarebbe quello di riacuttizzare un processo infiammatorio cronico dei tessuti sottostanti l’area trattata, nel tentativo di facilitarne la guarigione. Le patologie in cui viene più spesso utilizzata questa pratica sono le lesioni tendinee e legamentose (soprattutto a carico di SL e di SDFT), le schinelle, il mal di stinchi, l’osteoartrite tarsica e i processi artrosici a carico di carpo e nodello. In realtà nella maggior parte dei casi non esistono dimostrazioni circa l’effetto curativo della focatura, anzi spesso aumenta la formazione di tessuto cicatriziale ed in alcuni casi può limitare il movimento della parte trattata. Non va inoltre dimenticato il fatto che residuano delle cicatrici indelebili ed inequivocabili, più o meno evidenti  a seconda del metodo utilizzato e della profondità raggiunta. Spesso la focatura viene utilizzata anche a scopo “preventivo” in regioni anatomiche particolarmente soggette a lesioni, nonostante non ci sia alcuna prova dell’efficacia di questa pratica. Secondo molti autori e veterinari ippiatri l’unica vera azione terapeutica della focatura sarebbe legata al riposo forzato che tale intervento comporta.

Curiosamente, a contrario di quanto avviene per la maggior parte delle terapie sia mediche che chirurgiche, in bilbiografia mancano riscontri riguardo all’efficacia della focatura, né esistono modelli sperimentali o lavori effettuati in campo.  Fa eccezione  un lavoro sperimentale condotto da un gruppo di veterinari di Bristol negli anni ’80 in soggetti con tendinopatia del flessore superficiale:  la conclusione è stata che tale pratica non solo non migliora il processo di guarigione ma può avere conseguenze negative (“ . . . line firing does not improve tendon healing and, if it has any effect, tends to be deleterious. By implication, the pathology of ‘pin firing’ suggests that it must have similar, if not more detrimental, effects,” Silver and Rossdale, 1983 [8]). Sulla base di queste considerazioni gli autori …., in un recente articolo (editoriale??) pubblicato su EVJ, si interrogano sulla necessità di mantenere in uso una pratica controversa, di dubbio valore terapeutico e poco rispettosa del “welfare” animale quando, all’alba del XXI secolo, esistono nuovi protocolli terapeutici meno invasivi e soprattutto di comprovata efficacia, sia in letteratura che nella pratica ippiatrica.

            

                                       

Does firing have a valid place in the treatment of superficial digital flexor tendon injury in the 21st century?

C. M. Marr and I. M. Bowen† Editor-in-Chief, EVJ Editorial Office School of Veterinary Medicine and Science, University of Nottingham,Sutton Bonington, Loughborough, UK.

Equine Veterinary Journal 44 (2012) 509–510©2012 EVJ Ltd